Lo stress e la ricerca della felicità

27 maggio 2012

Stress o Relax? Questo è il problema.

…alium defetigat ex alienis iudiciis suspensa semper ambitio…

Seneca – De Brevitate Vitae.

 

Parliamoci chiaro. Per quanto lo stress possa essere studiato a fondo sia da un punto di vista fenomenologico che da un punto di vista nosografico vorrei lasciare questa patata bollente, ad alcuni miei colleghi, di formazione, certo più “psicodiagnostica” della mia. Siamo d’accordo che bisogna stare fermi per avere un quadro corretto della situazione, ma c’è anche chi, dentro lo status quo, ci marcia. Proviamo quindi a sederci dalla parte del torto, dal momento che i posti della ragione sembrano essere tutti occupati.

Tralasciamo allora la “stress of competition” tanto cara agli statunitensi e agli psicologi accademici, lo stress da anomia di Durkheim e delle città industrializzate. Tralasciamo lo stress da vecchiaia e dal percepirsi dotati di un handicap o anche di uno stigma, sanitario, sociale, lavorativo o gruppale che sia. Tralasciamo i disturbi di tipo sessuale come l’anorgasmia, il vaginismo e l’eiaculazione precoce. Tralasciamo l’alessitimia e l’impatto che questa sindrome ha sullo status quo. Tralasciamo anche la nosografia psichiatrica ufficiale che ci dice che lo stress rientra nell’area dei disturbi d’ansia.

Alcuni affermano che lo stress sia la malattia del nostro secolo, dovuta alla frammentazione della società. Altri lo collegano alla depressione bianca, per ossimoro, “il Male oscuro”.

Sapere tutto questo non ci serve assolutamente a niente.

La questione di fondo sembra essere un’altra. E’ possibile, oggi, cercare ancora la felicità? Se sì quali sono le “ricette” e le “formule”? E se non è possibile raggiungerla rimane il senso di questa ricerca? Senza il tempo necessario di applicare una meta-analisi alle precedenti ricerche sulla felicità, nè tantomeno di essere esaustivi, posizione onnipotente statisticamente di moda nella mia professione, incappiamo in un autore che si è occupato del tema:

Il numero di coloro che, con competenza e consapevolezza, si costruiscono la propria infelicità può sembrare relativamente grande. Infinitamente più elevato è però il numero di quelli che, anche in questo campo, hanno bisogno di consiglio e aiuto.

Allo stesso momento,

rifiutare o scansare una situazione temuta da una parte sembra essere la conclusione più logica, dall’altra assicura il persistere del problema.

(Istruzioni per rendersi infelici) Paul Watzlawick

E torniamo al nocciolo del problema. La parola Stress deriva dal latino strictus ossia stretto; nel linguaggio medico è la risposta funzionale con cui l’organismo reagisce a uno stimolo più o meno violento, (stressor) di qualsiasi natura (microbica, tossica, traumatica, termica, emozionale). Nell’uso corrente significa, tensione nervosa, logorio, affaticamento psicofisico. Spesso viene confuso con il fatto, la situazione che ne costituisce la causa (lo stressor).

Una mia amica, nel momento in cui ha saputo su cosa stavo lavorando mi ha subito apostrofato: “Ahò, apri la finestra, guarda fuori e descrivi tutto quello che vedi!”. Credo che questo sia un punto cruciale da cui partire. L’osservazione, la curiosità, la ricerca. Solo l’idea di affrontare il tema da quest’angolazione, tuttavia, mi trasmette ansia.
Proviamoci in un’altra maniera.

Un autore del novecento amante delle dottrine orientali, Hermann Hesse , ha scritto una celebre opera, “Il lupo della steppa”, si dice, in soli sei notti e sette giorni. Questo dato è plausibile dal momento che il protagonista verso la fine del libro sceglie di entrare in una casa la cui epigrafe recitava “solo per i pazzi”.

Possiamo quindi ipotizzare che il passaggio da una scrittura di tipo realistica ad una di tipo fantastica-onirica sia stato influenzato da un prolungato stress da insonnia.

Mentre qualcuno, ormai smarcatosi da paternalistiche alleanze terapeutiche, è impegnato nella propria svolta relazionale, altri si interrogano ancora, soprattutto in ambito universitario, con domande del tipo: “dove andremo a finire?” e del “che ne sarà di noi?”, rimettendo, ancora una volta, nella storia della prassi “scientifica”, in ombra una domanda meno immediata e più sottile: da dove veniamo?

“Siamo fatti della sostanza dei sogni” si alzerebbe in piedi un giovane e vertenziale Shakespeare dal gentile sorriso a cinque stelle. I nostri antenati, per parafrasare Calvino, sono il visconte dimezzato, il cavaliere inesistente, il barone rampante. Personaggi narrativi che ci danno l’idea del livello di stress positivo che si può raggiungere all’interno della propria ricerca personale, dentro una vita percepita e proiettata a metà tra realtà e il mondo onirico.

Distinguiamo quindi tra nevrosi e stress. In genere chi pensa di essere stressato e se ne autodiagnostica il problema, è, spesso, soltanto nevrotico. La razionalizzazione continua e la rinuncia al confronto creativo con le nostre parti fragili e impotenti, è il castello kafkiano dentro cui pretendiamo di rinchiudere il nostro disturbante e ipersegnaletico inconscio. Un inconscio che reclama se stesso prova in primo luogo a rendersi normativo. L’inconscio così normativizzato manda un segnale specifico proprio là, dove si pone l’origine simbolica ed esistenziale di una nostra mancata crescita.

E qui che entriamo in una dimensione del profondo che Ellenberger ha definito già negli anni settanta la “Malattia Creativa”. Sembra che tutti quelli che hanno raggiunto una acquisizione stabile nel mondo della cultura, dell’arte o della scienza abbiano attuato una discesa agli inferi e una conseguente, stressante, chiusura alle relazioni esterne e quotidiane. Per poi riemergere successivamente con una “perla” del loro lavoro per lasciarne evidenza ai posteri. “Bisogna essere morti molte volte per dipingere così” è stato il commento di Vincent Van Gogh nel 1885, ancora anonimo, davanti ad un’opera di Rembrandt. A parte il grottesco ma efficace commento di Van Gogh possiamo già immaginare come l’ossessione, l’idea fissa e come di conseguenza i germi di una “malattia creativa” si fossero già annidati nell’anima del pittore fiammingo. Di fatto, questa “nigredo”, questa identificazione con l’ombra, è una “nekya”, una discesa agli inferi, che l’allora giovane analista Carl Gustav Jung afferma di aver passato per un periodo di cinque anni. Egli afferma di essere stato costretto a ricostruire completamente il proprio sistema di valori con cui osservava e percepiva il mondo. Di fatto, una rivoluzione esistenziale che passa attraverso lo stretto giogo di una sofferenza continua e prolungata.

In questo mondo infero l’immagine del serpente, è sicuramente il simbolo più vicino per assonanza e significato a ciò che è “strictus”. Il significato simbolico di questo animale collega le idee di vita e di morte in modo così specifico che si può dire che non esiste cultura che abbia ignorato il serpente. Nella Bibbia esso rappresenta sia l’incarnazione del nemico, sia il modello del Salvatore Crocifisso, come nel racconto del “serpente di ferro” in cui Mosè pianta il rettile nel deserto.

Borgogna, nel suo saggio “Le figure dell’ansia” ci dice che lo sguardo di questo serpente trasmetteva ansia, ma allo stesso momento era in grado di guarire chiunque fosse stato morso da un serpente.

Per i Germani del Nord il serpente, che con le sue spire cinge la Terra, è il simbolo dell’Oceano che circonda le terre emerse, analogamente al suo equivalente egizio, il mostruoso Apophis, che minaccia la barca del dio Sole.

Nel Physiologus, testo tardo antico e protocristiano, troviamo un curioso simbolismo. A un certo punto si dice che il serpente morde soltanto le persone vestite e, anzi, rifugge dalla “nudità”; per questo motivo l’uomo deve deporre la “foglia di fico della concupiscenza”, che rappresenta l’abito dell’uomo vecchio, e “presentarsi nudo davanti al peccato”, affinché il maligno non lo possa attaccare. Infine nello stesso testo si dice che il serpente quando è minacciato, si protegge soltanto il capo, sacrificando le restanti parti del corpo; così, l’uomo dovrebbe proteggere soltanto il proprio capo, che è Cristo, senza nascondere il proprio corpo ma immolarlo come fanno i martiri.

Anche Freud nel 1921 analizzò i gruppi organizzati come la Chiesa e l’Esercito nel suo ormai celebre “Psicologia delle masse e analisi dell’Io”. E’ curioso come anche grazie a lui, oggigiorno, diremmo che il modo di pensare dei primi martiri cristiani appartenga ad un gruppo carismatico, fanatico, molto lontano dal cattolicesimo moderato e moderno di Giovanni Paolo II; al contrario, è più vicina ad una cultura a noi lontana come quella islamica. E’ tuttavia essenziale capire le nostre origini fino in fondo per capire meglio il contesto attuale in cui si vive.

Dentro tale cornice è indispensabile mettere in luce il simbolo, il serpente che si morde la coda, ossia, l’Uroboros, simbolo della ripetizione e dell’eterno ritorno. Nelle concezioni mitiche più antiche possiamo trovare una misteriosa funzione positiva del serpente: egli è in relazione con la terra e il mondo sotterraneo ma per gli antichi poteva essere addomesticato, il che portava alla benedizione delle anime degli antenati (i serpenti incoronati nutriti col latte). Anche la fede nella guarigione e nella rinascita è rappresentata dal colubro o dalla verga di Esculapio, personaggio consacrato che rappresenta il dio della medicina. Esculapio è l’immagine simbolica della professione medica; il principale motivo della presenza del serpente è forse la regolarità della sua muta annuale, interpretata come capacità di rinnovamento. I serpenti compagni di Esculapio, erano considerati animali sacri, col particolare riferimento alle fonti e ai luoghi di cura. In età moderna la verga di Esculapio divenne poi simbolo dell’attività farmaceutica coi due serpenti avvinghiati che bevono da una coppa.

Qui arriviamo a una considerazione importante che mette in luce il collegamento tra mente e malattia (auto)indotta: il caduceo. Il caduceo è una bacchetta magica o araldo munita di piccole ali intorno alla quale due serpenti si attorcigliano simmetricamente con la testa rivolta l’una verso l’altra. Nel simbolismo moderno il caduceo rappresenta i concetti di “azione e movimento”. Nel  simbolismo alchemico, al contrario, i due serpenti significano l’equilibrio nel sistema di caducità e combustibilità (ossia tra gli elementi sulphur et mercurius). Bockler osserva che quando il dio Mercurio giunse in Arcadia trovò due serpenti che si mordevano a vicenda. Lanciando il bastone tra di essi, i serpenti ritrovarono l’accordo. Il bastone è quindi paragonabile alla dialettica, che vuole mantenere diviso ciò che è giusto da ciò che non lo è.

Molti operatori della salute mentale concordano nell’affermare che il livello di stress debba essere, anche se in misura moderata, sempre attiva. Forse esagerano. Con la moderazione. In questo modo magari si raggiungerebbe la vita di centovent’anni, ma permettetemi di osservare la noiosità di una vita di questo tipo. Senza contare la macabra constatazione di dover vedere tutti i propri affetti seppelliti dal matusalemme di turno. Come nel celebre film “Il miglio verde” in cui il protagonista sopravvive a tutti i suoi coetanei e contemporanei assieme ad un centenario topolino. La trama del film, verosimilmente storica, si intreccia con la leggenda in una metafora sul mistero della sofferenza umana. In questo caso la sofferenza è data dalla consapevolezza di aver già vissuto i propri anni più felici, in compagnia delle persone maggiormente amate, e di esser quindi condannati in misura sempre più ampia, ad una inespugnabile solitudine.

E quindi di rinuncia allo stress di cui stiamo parlando. Quello che poi i cristiani, quelli veri, chiamano “la Grazia” simbolizzato con la discesa dello Spirito Santo. L’unico vero potere spirituale è il potere della rinuncia. Anche gli antichi greci lo conoscevano e lo chiamavano “ataraxia”. Tale potere richiede quindi una disciplina, la capacità di esercitare e affinare un esercizio critico su cosa è necessario controllare e quando questo controllo ci risulta assolutamente inutile.

Se quindi il cristiano,  nell’ imitatio christi deve procedere in avanti per proseguire la propria individuazione, il nemico, il serpente, simboleggia difensivamente la difesa del capo, nel già citato testo protocristiano, un tentativo di difendere il Cristo, sacrificando il corpo. Sembra incredibile come tale immagine, in sintesi, sia chiaramente un uroboros.

La mia constatazione è di come un percorso psicologico, per essere autentico, non possa che essere intrecciato, indissolubilmente, a qualche forma di percorso spirituale, anche se tale aspetto non appare immediatamente evidente. Il percorso psicologico potrebbe partire dal basso portando un po’ di luce e felicità nel sottosuolo delle nostre origini.

Bibliografia:

Hesse Hesse. (1927). Il Lupo della Steppa. Mondari, Milano Italia.

Ellenberger Henri F. (1976). La scoperta dell’inconscio. Storia della psichiatri dinamica. Boringhieri Ed., Torino

Borgna Eugenio (1997). Le figure dell’ansia. Feltrinelli Ed., 4a ed. (2011), Milano.

 

 

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  • La fenice

    Andare alla ricerca della felicità……. Questo si che è’ stress! La felicità’ non si cerca. Mai. Non è’ qualcosa che si compra al supermercato e non la si trova neanche all’ufficio oggetti smarriti. Ce la dobbiamo guadagnare cercando di vivere la nostra vita e non recitarla. Sono d’accordo che molte persone fanno di tutto per essere infelici e da questo ne traggono una sorta di felicità’. Tra queste persone ci sono io. Mi sto facendo aiutare ma ancora non riesco a vedere nitidamente nessuna luce. Forse perché ancora non voglio illuminare le mie origini? Esserne consapevole sicuramente non mi rende felice ma sapere che ci sto lavorando mi rende più serena.